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13 febbraio 2007
Ve sto a regge er moccolo.


A Roma, l'espressione "reggere il moccolo" indica l'imbarazzante situazione di una terza persona in mezzo ad un momento di intimità di una coppia di innamorati. L'espressione deriva dal rituale del matrimonio ebraico: gli sposi celebrano le proprie nozze stando sotto la huppàh, un baldacchino che rappresenta la loro futura casa. Sotto il baldacchino è ammesso anche il fratello maggiore dello sposo la cui unica funzione è tenere in mano una torcia accesa. Una torcia, un cero, in romano, appunto, un moccolo.
Questa è una delle innumerevoli cose che ho imparato due domeniche fa grazie a Micaela Pavoncello. Micaela fa la guida turistica. Un guida turistica specializzata, però. Porta i turisti al ghetto e racconta loro la storia degli ebrei di Roma, dei loro luoghi, della loro cultura.
E ti racconta la vita in quella prigione notturna che era stata la parte più bella del Campo Marzio e che dal medioevo fino all'inizio del Novecento si ridusse ad un intrico di vicoli bui e maleodoranti tra le rovine della porticus Octaviae e del teatro di Marcello. Ti racconta quanto dovesse essere umiliante vivere a Roma per un ebreo dopo che nel 1555 papa Paolo IV Carafa decise che era assurdo che cristiani e ebrei potessero convivere e costrinse questi ultimi a vivere nella parte peggiore della città creando il ghetto; quel quartiere-prigione dove una chiesa piazzata davanti ad ogni cancello era lì a ricordare al "popolo deicida" chi aveva crocefisso nostro signore Gesù Cristo;  dove ogni sabato mattina, ogni Shabbat, gli ebrei erano costretti ad assistere alle prediche coatte; dove il 16 ottobre del 1943 i nazisti rastrellarono ed deportarono ad Auschwitz 1022 cittadini italiani di religione ebraica.
E' forse per questo che gli ebrei di Roma hanno conservato l'identità così salda della propria religione e della propria cultura e l'hanno al tempo stesso modellata intorno alla propria città creando quella cosa meravigliosa che è oggi il ghetto; che è fatto insieme di Hannukà e di carciofi alla giudìa; dove sullo stessa tavola puoi trovare il prosciutto e il più ortodosso cibo kasher, e vedere ragazzini con la kippà e la sciarpa della Roma.
Ancora oggi il ghetto, se ci andate, sembra un paese; la stessa atmosfera amichevole, le persone che si conoscono tutte tra loro, le vecchiette per strada che prendono il fresco sulle sedie che si portano da casa. Tutto questo nel centro storico di una citta di tre milioni di abitanti.
Oggi gli ebrei, come dice Micaela, vanno di moda, vivere al ghetto fa molto figo, i romani hanno riscoperto gli ebrei; e questa cosa un po' li inorgoglisce un po' li fa incazzare. E' stato strano il contrario, piuttosto; è stato strano che per molto tempo gli ebrei di Roma siano stati considerati dai romani qualcosa di "altro" dal resto della città; è strano perché se c'è qualcuno che può definirsi con qualche ragione "vero romano", questi sono gli ebrei di Roma, avendo vissuto qui senza interruzioni dal II secolo a. C. ad oggi. Grazie al cielo, oggi nessuno assegna la patente di romanità basandosi sull'albero genealgico, ma non puoi dire di essere romano se non conosci almeno un po' la storia degli ebrei di Roma.



permalink | inviato da il 13/2/2007 alle 19:14 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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